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Crowdfunding per i diritti? No, grazie!

Affermare che negli ultimi trent’anni l’erogazione dei servizi pubblici, in linea di principio diritti di tutti, è stata demandata alla mano privata, per definizione selettiva, è una banale constatazione. Meno ovvio, e forse più interessante, è invece comprendere la ragione che ha portato all’appalto dei diritti di tutti presso gli interessi di pochi, con la ovvia conseguenza di mutare la natura di un diritto universale in una fattispecie particolare. Decisamente odioso, infine, è il tentativo un po’ impacciato e scoordinato che talvolta compiono pochi privati quando si ergono a dispensatori di diritti comuni, ma di questo ne parleremo più avanti.

Capita così dunque che molti servizi, pur avendo una veste pubblica, abbiano una modalità di gestione privata, cosa che li rende figure ibride poco decifrabili e poco utili. Prendiamo la nostra Università: secondo il Miur siamo un istituto pubblico ma, visto il processo di emigrazione dei servizi verso il privato, nemmeno Tor Vergata sfugge alla dura legge dell’ingegno economicistico. Tasse alte e pochi servizi, probabilmente è questo il miglior ritratto minimalista della nostra Università.

Ciò di cui stiamo parlando è una storia nota per tutti: aule piene, pochi spazi per studiare e pochi luoghi di incontro per gli studenti, assenza di un evento di elevato spessore culturale da almeno dieci anni, corridoi che si allagano quando piove e via discorrendo. Prendiamo il caso delle biblioteche. In alcune facoltà funzionano meglio, in altre peggio e in altre sono addirittura del tutto assenti, ma rimane il fatto che ovunque il servizio offerto è ampiamente sotto gli standard europei. I più fortunati di voi saranno probabilmente andati in Erasmus e avranno avuto modo di constatare che nel Nord Europa, dove pure hanno le loro ingombranti faccende, le biblioteche sono aperte 24 ore al giorno e hanno un volume di libri superiore di appena qualche migliaio a quello delle nostre. Ma senza prendere l’aereo, basta farsi un giro a Roma Tre e vedere che in alcune facoltà, come quella di Economia, offrono un servizio in termini di orario di apertura e di volume di pubblicazioni molto superiore rispetto al nostro.

A proposito di Economia e di privati che dispensano servizi. La biblioteca Pareto chiude alle 18:30 o alle 19:00, il fine settimana è chiusa e da qualche tempo non funzionano nemmeno i riscaldamenti. Visto quello che paghiamo in termini di tasse, che quest’anno sono anche aumentate grazie al nuovo ISEE, sarebbe decisamente auspicabile e doveroso che i termini di erogazione del servizio fossero ampliati. Fin qui speriamo che nessuno di voi sia in disaccordo con noi. Il punto sui cui noi siamo invece particolarmente in disaccordo con alcuni di voi è la sfavillante trovata del crowdfunding, con cui si tenta disperatamente di raccogliere i fondi sufficienti per consentire l’erogazione di un servizio che invece dovrebbe essere scontato.

“Ma se le cose stanno così, piuttosto che lagnarvi, tanto vale provare con nuovi strumenti!”, penseranno i più ottimisti di voi. Questo è vero, ma la raccolta fondi per l’apertura del sabato della biblioteca Pareto è assimilabile a qualcuno che paga il suo datore di lavoro per avere lo stipendio a fine mese. Per tre motivi:

1) Fintanto che il settore pubblico sarà gestito con gli stessi criteri del pareggio di bilancio delle famiglie qualsiasi tentativo di migliorare le cose è poco più che uno sterile palliativo. Ma questo è un problema che richiede soluzioni che eccedono il potere di una semplice organizzazione di studenti.

2) Dare vita al crowdfunding anziché impegnarsi concretamente per l’ottenimento dei servizi per cui paghiamo le retta è una resa incondizionata all’idea che solo le università ricche possano garantire servizi di alto livello. E forse su questo punto noi studenti possiamo fare qualcosa di meglio.

3) Visto che la raccolta fondi è stata studiata ad hoc per la biblioteca Pareto di Economia, forse vale la pena sottolineare che il sabato le aule studio della facoltà sono tutte aperte.

Rimane a nostro avviso prioritario spendere forze ed energie per aprire tali spazi anche la sera e la domenica come accade in tante altre città Italiane ed Europee.

L’articolo 34 della nostra Costituzione recita “La Scuola è aperta a tutti”, ma di questo passo saremo costretti a modificarlo in “La Scuola è aperta a tutti, ma solo se qualcuno compra le chiavi”.

Di seguito solo alcuni dei tanti posti in cui poter studiare il sabato. A questi si aggiungono anche le aule studio presso le residenze universitarie gestite da Laziodisu

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